In memoria di Modì

IN MEMORIA DI MODI’
‘L’ angelo dal volto severo’


Modigliani in un suo Atelier parigino. 1915 circa

Non è certo mia intenzione, in questo breve scritto, narrare le vicende artistiche ed umane di Amedeo Modigliani, esse sono facilmente reperibili ovunque. Anche da me stesso, per quanto ne possa sapere, e per quanto ve ne fosse necessità, senonchè piacere, nel discuterne.

Ho pensato di dedicare queste righe a Modì, inquanto in lui si concentrano una serie di fatti luoghi concezioni di vita che a tratti tendo a comprendere, amare, sentire come miei propri.

Innanzitutto il periodo storico, molto vicino a quell ‘800 che tanto vorrei trascorrere, ed i luoghi, Montparnasse e Montmartre, sobborghi polverosi e poveri di Parigi dove però una grande macchina, mai vista era in ebollizione.
Quel tempo e quei luoghi erano il fulcro, la fucina, l’ iniziazione ed il punto di proseguo dell’ arte occidentale di quel periodo storico!!!
Credo che mai nella storia vi fu una tal concentrazione di artisti dagli esiti così positivi come a Parigi negli anni dal 1900 al 1930.


La compagnia di Montparnasse
Vorobieff

Soutine, Kisling, Max Jacob, Picasso, De Chirico, Brancusi, Utrillo, e molti altri. Lì nacquero il Fauvismo ed il Cubismo.

Ma l’ interesse per Modigliani deriva anche da aspetti caratteriali come il suo tenersi distante dalla cresta dei nuovi movimenti che sorgevano in quegli anni, restando in una sorta di ‘retroguardia costruttiva’, in una posizione di penombra che gli consentiva di continuare la sua ricerca artistica senza le gabbie che in cui le denominazioni rinchiudono.
Questo costò caro ad Amedeo, in termini di fama ed anche economici. Tanto che per lui era un continuo altalenarsi tra ‘ricche’ feste e giorni di miseria.
Per quanto ne ho capito, penso che se avesse voluto avrebbe potuto viver meglio pur restando ad operare nella sfera artistica, per via di personaggi a lui vicini che avevano migliorato di molto il loro tenore proprio grazie al successo ottenuto dai movimenti artistici passati alla ribalta.

..in costruzione..

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la luce (lezioni fotografiche di base)

LA LUCE IN FOTOGRAFIA

ESPOSIZIONE E LATITUDINE DI POSA

 

Elemento fondamentale in fotografia è la luce, che ci permette di riprendere la scena inquadrata fissandola su pellicola o sensore nella giusta quantità evitando che ne arrivi troppa (sovraesposizione) o troppo poca (sottoesposizione).

Il processo manuale, semiautomatico od automatico che regola tale parametro tramite l’ apertura del diaframma ed i tempi di otturazione, come già accennato, viene chiamato ESPOSIZIONE.

Tutte le fotocamere moderne sono dotate di un sistema di calcolo che permette alla macchina di impostare da se tali parametri.

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Solamente

 

S o l a m e n t e  l

 

Se solamente m’ avessi chiesto che si fa,

se solamente avessi domandato dove si va.

 

Triste gioventù colma di stupide vanità

è questo ciò che lasci?

Per poi fuggir ridendo di noi inermi

a raccoglier ciò che rimane.

 

Le gocce di pioggia sono senza fine, come il tempo che ci ci separa

Nulla colmerà nido lasciato vuoto e in rovina

resta solamente la speranza di farne di nuovi.

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Sul dramma di Karl Unterkircher

Nei giorni della tragedia di Karl Unterkircher, ‘l’ alpinista erede di Messner’, mi è capitato di discutere e di leggere su certi ‘giornali’ commenti e considerazioni assurde, spesso conditi con una cattiveria che, spesso, solo le persone inutili sanno avere.

Di tutto ciò che è stato detto posso solo accettare, ma in parte, il fatto che chi ha come scopo esistenziale quello di vivere di sport estremi non dovrebbe mettere al mondo figli.

Per il resto tutti pensieri al limite, elaborati da persone che vivono situazioni alienate, che trovano la forza per le loro congetture, solo dal numero di associati di cui la categoria gode

.

Personaggi essenzialmente propensi a dividere e fondare la loro intera esistenza solo ed esclusivamente incernierandola in funzione dei problemi. O presunti tali.

 

 Per questa gente mi torna alla mente un aforisma di Oscar Wilde:

 

Il lavoro è il rifugio di coloro che non hanno nulla di meglio da fare.

 

Tornando a Karl ed agli altri due membri della spedizione, vorrei dire che non possono esser accusati di aver ‘messo in pericolo altre vite umane’.

Semplicemente perchè i soccorritori sono stati… altri alpinisti, come loro… che passano, come loro, molta parte del  tempo libero in montagna e per la montagna.

Così come ha sempre fatto Karl; che era soccorritore alpino dall’ età di 25 anni.

 

Altra accusa senza aggettivi, quella diffusa sui quotidiani, principalmente (e fortunatamente) solo nelle rubriche delle ‘lettere dei lettori’ è stata quella di accusare in generale la categoria dei pionieri, ricercatori, viaggiatori, dicendo che questa ‘gente’ certe cose se le cerca e che quando succedono questi fatti, si devono arrangiare.

Beh penso che una risposta a questa accusa non valga il logorio che dovrei esercitare sulla tastiera per scriverla.

 

Io invece penso che tutti noi, cari amici, dovremmo stare attenti, e molto, a non farci contagiare dal pensiero dominante di questa gente odierna, richiusa e drogata tra i paletti delle multinazionali, tenuta sedata e disinfettata, guidata nei sentimenti e nelle emozioni dei supermercati, delle scelte sociali, fino ai desideri ‘più intimi’ sepolti in fondo all’ anima. Gente che non deve poter desiderare, ciò che non è voluto che loro desiderino.

 

Voglio esprimere cordoglio ed immenso affetto alla famiglia ed agli amici di Karl. La passione vera, incondizionata, preclusa al mondo d’ oggi, per qualcosa o qualcuno e magari per entrambi, è sicuramente modo e motivo migliore di vivere.

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FOTOGRAFIA TRA PASSIONE E ATTREZZATURA

FOTOGRAFIA, TRA PASSIONE ED ATTREZZATURA

 

 

Nell’ ambiente dei fotoamatori o appassionati di fotografia (entrambi termini troppo generici e fortemente diminuitivi in italiano…) capita sovente di imbattersi in discussioni e dibattiti durante i quali è facile estrarre ed isolare almeno due grosse categorie di fotografi.

Da un lato abbiamo coloro che tendono a dare, sempre e comunque, un grosso peso all’ attrezzatura reputandola responsabile di una grossa parte del risultato della sessione di lavoro, dall’ altra ci sono coloro che, consci del potenziale raggiunto dal proprio materiale fotografico, hanno spostato tutta la loro attenzione sulla ricerca e l’ espressione artistica.

 

Vado subito a schierarmi per i secondi, citando solamente due elementari dati di fatto che dovrebbero farci riflettere.

1- E’ diventato difficile trovare oggi un appassionato di fotografia che non sia in possesso almeno di un’ attrezzatura reflex di discreto livello, mentre capita sovente di imbattersi in brutte immagini di gente che scatta con materiale composto da svariate migliaia di euro.

2- Prendendo in considerazione, ogni volta che ci soffermiamo davanti ad una foto che reputiamo ‘bella’, i mezzi con cui è stata eseguita (quando possibile) ci accorgeremo che, molto spesso non si tratta di materiale di prim’ ordine, anzi frequentemente capita l’ opposto o quasi.

 

Questo accade perchè anche nella mente degli smaliziati è rimasta una sorta di ‘ricordo primordiale’ per il quale esiste un collegamento diretto, lineare, ‘matematico’, tra il valore del materiale fotografico con cui operiamo e la ‘qualità totale, complessiva’ del nostro lavoro.

 

Possiamo affermare che ‘l incremento qualitativo’ dell’ attrezzatura fotografica rispetto alle capacità intrinseche del fotografo dovrebbe avere un incremento esponenziale ma negativo con l’ aumentare delle stesse.

Se può esistere una certa differenza tra le fotografie realizzate da un’ ottica economica venduta in kit col corpo macchina ed una di buon livello ‘medio’ come un 24-70 f 2.8, ecco che questa si va molto riducendo se consideriamo le immagini prodotte da questa seconda ottica rispetto a quelle realizzate con un vetro di alta gamma, come possono essere quelli della serie L di Canon, (a differenza però di una considerabile, ulteriore differenza di prezzo).

O perlomeno le differenze diventano sottili, ‘secondarie’, visibili solo ad un occhio esperto ed a certi ingrandimenti (magari dall’ A3 in su) e su certi supporti di stampa.

 

E’ proprio a questo punto che il fotoamatore o colui che non ‘fotografa per lavoro’ deve soffermarsi e valutare attentamente quanto, investendo in queste ottiche molto costose, se ne avvantaggeranno le proprie immagini rispetto (ad esempio) alle escursioni che non potrà fare a causa dell’ esborso economico che dovrà sostenere per l’ acquisto dell’ obbiettivo.

Ma il punto cruciale è la promessa/ inganno che una queste ottiche ci permetteranno di ottenere belle immagini al contrario di quelle magari mediocri che produciamo oggi con dei vetri già buoni.

 

Nel concludere, vorrei sintetizzare il senso di questo scritto, rivolto al fotoamatore medio, nel ribadire che la ‘bella fotografia’ la dobbiamo ricercare col lavoro, sul campo, studiando e conoscendo le regole che governano la luce, la psiche e la sensibilità umana, la società del momento, il funzionamento della nostra attrezzatura di ripresa e di quella che un tempo era la camera oscura e che oggi è un buon programma di post-produzione ma su tutto e comunque, come diceva il buon Henry Cartier Bresson ricordarsi che ‘fotografare significa mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’ occhio ed il cuore‘.

 

Tutte le immagini realizzate su questo sito, sono state realizzare e prodotte con il famoso materiale di medio livello, citato in questo articolo.

L’ acquisto del quale mi ha permesso di non rinunciare a molti dei viaggi che ho potuto fare in giro per l’ europa e che con pazientia pubblicherò.

E poco mi importerà se queste, una volta stampate in A2, dovessero avere un leggero difetto di aberrazione cromatica, una PDC non appropriata od un leggero calo di nitidezza ai bordi, perchè il loro valore reale non sta in quei parametri, ma parte dal fatto che le ho potute realizzare e approda verso altri significati ancora più profondi che sono la mia vera meta, fotograficamente parlando.

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sommario di pensieri e parole

 

 

FOTOGRAFIA, TRA PASSIONE E ATTREZZATURA

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sommario

SOMMARIO GENERALE

 

 

ALBUM FOTOGRAFICO

album fotografico (è preferibile ‘tasto destro’ e ‘apri in altra finestra’)

scatti liberi eseguiti nel corso degli anni, non appartenenti ad una argomentazione specifica

 

 

 

PROGRAMMAZIONE USCITE

uscite

E’ un promemoria inerente le uscite ed i viaggi in programma. Consultatelo ed eventualmente segnalate la vostra disponibilità a partecipare.

 

 

 

LUOGHI VISITATI

Colonia fascista

Resoconto della visita presso una colonia dell’ epoca fascista, sulle coste Romagnole, oggi in stato di abbandono e disfacimento

 

Moraduccio

Borgo abbandonato in Toscana IN ALLESTIMENTO

 

Villa Melano

Edificio risalente al ‘600, oggi in programma di abbattimento per la costruzione di un albergo IN ALLESTIMENTO

Francia 2003

Giro Bretagna-Normandia (non completato)

 

Francia 2005

Sulle tracce dello ‘Sbarco in Normandia’ (non completato)

 

LEZIONI FOTOGRAFICHE DI BASE

 

La questione Megapixel, quanti ne occorrono

FARE FOTOGRAFIA


PENSIERI, PAROLE

 

Sul dramma di Karl Unterkircher 

 

Pensieri, parole

Uno spazio dedicato …

In memoria di Modì

Riflessioni su Amedeo Modigliani



bauer minardi alberico cosetta

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questione megapixel

 

LA QUESTIONE MEGAPIXEL

 

 

Da quando la fotografia è diventata, nella pratica, e per la maggioranza dei fotografi, digitale, si è innescata una gara, inizialmente positiva, alla rincorsa dei pixel, cioè alla quantità di elementi presenti su un sensore fotografico, in grado di catturare l’ informazione luminosa.

 

Ho detto inizialmente perchè oggi, nonostante essa abbia rallentato (anche per motivazioni tecniche che poi vedremo), tale corsa ha perso di significato e di utilità.

Inoltre, altro grande problema, questo parametro ha catturato l’ attenzione dei fotografi che, soprattutto i meno esperti, hanno ‘dimenticato’, nella scelta dell’ apparecchio fotografico, l’ importanza fondamentale di tutto ciò che esiste sulla macchina ed è essenziale ai fini di un valido acquisto, oltre il mero parametro di risoluzione del sensore.

Ad esempio, la qualità delle lenti, l’ estensione dello zoom (soprattutto in grandangolo), la compressione dei file da parte della macchina, la possibilità di salvare gli scatti in formato RAW, o quella di operare in semiautomatico, se non in manuale stesso, la possibilità di operare in Manual Focus.

Molti di questi parametri sono fondamentali al fine di ottenere immagini valide anche in condizioni non agevoli di luce o comunque importanti nei casi in cui il fotografo voglia ottenere qualcosa di più, senza limitarsi a premere il pulsante di scatto.

 

Il punto focale della discussione è il seguente:

Il valore di Megapixel fornito dalla fotocamera è semplicemente indice della MISURA di quanto l’ immagine fotografata dall’ apparecchio possa essere stampata. Nulla di più.

Questo parametro non ci fornisce indicatori sulla QUALITA’ dell’ immagine generata.

 

 Ad oggi (2007), anche nel campo delle compatte si sono raggiunti e superati valori di 8 o 10 Megapixel sufficienti per stampare con adeguata qualità su formati che possono arrivare (o superare con piccoli accorgimenti) al classico 30×45, per intenderci il formato delle mostre fotografiche o quello dei poster che qualcuno fa fare dal fotografo in caso di foto venute particolarmente bene.

Quanti di coloro che stanno leggendo stamperanno mai a questi formati??

 

La corsa si è arrestata, anche per una motivazione tecnica. I piccoli sensori delle compatte sono al limite tecnico. L’ aumentare dei Megapixel causa il rimpicciolimento degli stessi (a parità di dimensioni del sensore) con conseguenze sulla qualità dell’ immagine. La più comune è la grana agli ISO elevati.

 

E’ bene, giunti a questo risultato, rinunciare serenamente ad un paio di MP per favorire, magari a parità di prezzo, una macchina con lenti ‘di marca’ o con uno zoom più performante (soprattutto in grandangolo!) o che magari comprima meno i file, anche se queste sono informazioni difficilmente reperibili prima dell’ acquisto a meno che non si possano confrontare i file di due macchine che si stanno valutando.

 

La nozione importante da capire è che per stampare un buon 13×18 sarebbe sufficiente una macchina da 4 Megapixel e che non bisogna più restare incantati davanti a questo numero a meno che non ci occorrano delle stampe pubblicitarie da 5 metri x 3…

 

I parametri fondamentali di fotografia son comunque cambiati poco rispetto all’ era dell’ analogico.

E occorre sempre studiarseli!!

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DIDATTICA

                   

 

    L’ OBIETTIVO COME L’ OCCHIO UMANO-

CONOSCERE E SAPER IMPOSTARE I PARAMETRI FOTOGRAFICI FONDAMENTALI

 

 

Parametri come l’ apertura di diaframma, il tempo di esposizione od il valore ISO vengono utilizzati per creare l’ immagine fotografica.

Alcuni di essi, come il diaframma, riproducono meccanicamente l’ esatto funzionamento di alcuni organi che compongono l’ occhio umano, in questo caso la pupilla.

 

Essa, com’ è noto, si restringe o si allarga in funzione della luce ambientale, con lo scopo di far giungere sempre sulla retina la giusta quantita di luce al fine di permetterci di vedere l’ ambiente circostante in modo corretto senza abbagliamenti o l’ opposto.

Conosciamoli uno ad uno e capiamo come manipolarli correttamente al fine di ottenere cio’ che desideriamo dallo scatto, come una foto ad elevata nitidezza, oppure un ritratto con lo sfondo sfuocato, od un ruscello con l’ acqua sfumata per via del suo movimento.

 

IL DIAFRAMMA

In fotografia il diaframma è un foro in grado di restringersi od allargarsi per fare passare più o meno luce in modo da far giungere (a parità di tempo d’ esposizione) sempre la stessa quantità della stessa sul fotogramma.

Ad esempio su una spiaggia assolata sarà molto chiuso, mentre in uno scatto serale, molto più aperto.

Questo perché, alla fine, circa la stessa quantità di luce occorre che raggiunga il fotogramma.

 

In fotografia la scala dei diaframmi è composta da cifre che possono partire (su una compatta) ad esempio da un f 2.8 (numero basso = diaframma molto aperto) per finire su un f 9.0 (numero alto diaframma molto chiuso).

 

IL TEMPO DI ESPOSIZIONE

Questo parametro imposta per quanto tempo una determinata quantità di luce (decisa dal diaframma) colpirà il sensore (o la pellicola).

Per la stragrande maggioranza degli scatti che facciamo essa si misura in frazioni di secondo.

Valori molto comuni variano dal 1/40 (un quarantesimo di secondo) ad 1/500 (un cinquecentesimo di secondo) tempo questo, molto comune nelle foto diurne in condizioni di sole.

 

Tenendo sempre presente il concetto che per avere una fotografia corretta dal punto di vista espositivo (foto non ”buia” per la poca luce o non ”sbiadita” dalla troppa luce) occorre sempre la stessa quantita’ di luce, possiamo dedurre che una foto scattata con un tempo di 1/30 a diaframma f  6.3  potrebbe esser scattata anche a 1/60 con diaframma f 4.5 cioè: dimezzando il tempo di esposizione (da 1/30 ad 1/60) abbiamo raddoppiato la quantità di luce passante dal foro (da f 6.3 a f 4.5). Risultato: la quantità di luce finale non è variata, quindi la foto resta esposta correttamente.

 

Ma allora perché modificare, personalizzando questi parametri?

 Il motivo risiede nelle caratteristiche che il diaframma in base alla sua apertura, imprime allo scatto.

Vediamole:

 

diaframmi aperti (da f 2.8 o minore, a f 4.5 circa)

Con questi valori il foro del diaframma è molto aperto; tanta luce può passare per raggiungere il sensore.

Questo comporta (per motivi fisici approfondibili) una profondità di campo molto ridotta, cioè una elevata sfuocatura di tutto cio’ che è fuori fuoco.

Questi valori sono molto usati nei ritratti dove è buona consuetudine mettere a fuoco il solo soggetto sfuocando tutto il resto.

Poiché con essi si ottengono tempi più veloci, i valori di diaframma molto aperto vengono utilizzati anche in caso di ripresa di soggetti molto veloci (ad esempio corse automobilistiche) onde evitare il mosso.

Essi vengono anche impiegati (per lo stesso motivo) in caso di riprese in luoghi bui dove un tempo più lento farebbe risultare mosso il soggetto, od in caso di non uso del treppiede, l’ intera immagine.

SVANTAGGI: i diaframmi molto aperti hanno come difetto (soprattutto su ottiche di basso pregio) di ridurre la nitidezza globale dell’ immagine, anche della zona a fuoco e di accentuare alcuni difetti ottici delle lenti.

Per questo non vanno impiegati in scatti paesaggistici o comunque quando sia particolarmente importante ottenere la massima nitidezza possibile offerta dall’ obbiettivo, ad esempio in previsione di forti ingrandimenti.

 

Diaframmi intermedi (nelle compatte da f 4.5 ad f 7 circa, nelle reflex da f 6.3 a f 13 circa)

Generalmente sono i valori in cui l’ ottica esprime il meglio delle sue qualità e riduce al massimo i difetti ottici.

La nitidezza è alta e la profondità di campo buona soprattutto con focali medio corte (grandangolo) atta a riprese paesaggistiche o panorami.

SVANTAGGI: pochi. L’ unico potrebbe essere relativo alla profondità di campo. Essa potrebbe essere troppo elevata per un ritratto è troppo ridotta per un paesaggio, soprattutto con focali medio lunghe e dove compaiano più soggetti a distanze diverse tra loro ed il corpo macchina.

 

 Diaframmi chiusi (da f  7 in su per le compatte da f 13 in su per le reflex)

Salendo ancora verso l’ alto sulla scala dei diaframmi entriamo nel campo dei diaframmi chiusi.

Qui la profondità di campo diventa elevatissima, possiamo avere a fuoco un soggetto a pochi metri da noi contemporaneamente ad un soggetto lontanissimo.

SVANTAGGI

Lentamente però cominciano a ricomparire alcuni difetti ottici che avevamo lasciato nei diaframmi aperti e ne appaiono di nuovi legati al sottilissimo foro dal quale deve passare la luce.

Questi diaframmi vengono utilizzati principalmente da fotografi in possesso di ottiche di una certa qualità che ad aperture anche di f 13 o f 16 continuano a mantenere bassi i difetti ottici regalando però una profondità di campo elevatissima.

 

Ma diciamo subito che il problema principale immediatamente percepibile da chiunque è quello relativo al mosso.

Infatti per sopperire alla pochissima quantità di luce passante dal foro, la macchina interviene aumentando il tempo di esposizione che può raggiungere svariati secondi se non (su corpi macchina di un certo pregio) addirittura interi minuti e più.

Questo è uno dei motivi (insieme ad altri che qui non citeremo) per cui può capitare di vedere anche in pieno giorno fotografi che operano con la macchina su treppiede.

Quindi per concludere possiamo affermare che i diaframmi chiusi vanno impiegati con parsimonia e solo dopo aver valutato se al loro impiego corrisponda un effettivo vantaggio.

Ultima annotazione. Potrebbe succedere in compatte in cui il tempo minimo di esposizione raggiunga ”solo” l’ 1/2000 di secondo, di dover ricorrere ai diaframmi chiusi in caso di ripresa di soggetti estremamente illuminati od illuminanti (lampadari accesi, fari di autovetture, od il sole). Si verifica cioè che a causa della forte illuminazione e non potendo più ridurre i tempi, la macchina ricorre alla chiusura del foro luce.

 

Abbiamo fin qui visto l’ interrelazione esistente tra tempi e diaframma.

Si può dire che ”al variar dell’ uno varierà in senso opposto l’ altro” al fine di non far cambiare la quantità di luce totale che finisce sul sensore.

Abbiamo anche visto come al variare dei valori corrispondano importanti variazioni grafiche nella fotografia.

 

Passiamo ora ad un terzo parametro influente su tutto il sistema.

Il valore ISO.

 

SENSIBILITA’: ISO

Per ISO intendiamo indicare la sensibilità del materiale

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